La terapia familiare: un modello di intervento in psicoterapia
La terapia familiare è un approccio psicoterapeutico che si concentra sulle dinamiche relazionali e comunicative all’interno della famiglia. Questo modello terapeutico considera la famiglia come un sistema in cui il comportamento di ciascun individuo influenza e viene influenzato da tutti gli altri membri. Questo approccio è utile nel trattare molte problematiche, familiari e di coppia. Vediamo allora di saperne di più.
Su quali teorie è nata la terapia familiare?
La terapia familiare affonda le sue radici nella visione sistemica: la famiglia è un sistema, cioè un organismo vivente in cui ogni parte è interconnessa e interdipendente. Ciò significa che i problemi psicologici di un individuo non possono essere considerati isolatamente, ma devono essere compresi nel contesto delle relazioni familiari.
Una delle principali figure che ha contribuito a creare questo approccio della terapia familiare è Murray Bowen, il quale sosteneva che gli individui non possono essere compresi senza osservare le interazioni familiari e proponeva anche il concetto di “triangolazione”, dove i conflitti tra due membri della famiglia spesso coinvolgono un terzo membro, creando una dinamica complessa e difficilmente risolvibile.
Un altro contributo significativo alla terapia familiare è venuto da Salvador Minuchin, il quale si è concentrato sull’organizzazione della famiglia: i confini e le gerarchie tra i membri. Minuchin suggeriva che le disfunzioni derivano da confini troppo rigidi o troppo permeabili, e che la terapia debba intervenire per riequilibrare questi confini.
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Quali scuole e teorie sono state importanti nel secolo scorso?
Lo sviluppo formale della terapia familiare risale agli anni ’40 e agli inizi degli anni ’50 con la fondazione, nel 1942, dell’Associazione Americana dei Consulenti Matrimoniali e attraverso il lavoro di vari clinici e gruppi indipendenti nel Regno Unito (John Bowlby della Tavistock Clinic) e negli Stati Uniti (Donald deAvila Jackson, John Elderkin Bell, Nathan Ackerman, Christian Midelfort, Theodore Lidz, Lyman Wynne, Murray Bowen, Carl Whitaker, Virginia Satir, Ivan Boszormenyi-Nagy).
Il movimento ha ricevuto un importante impulso a partire dai primi anni ’50 grazie all’opera dell’antropologo Gregory Bateson (e dei suoi colleghi Jay Haley, Donald D. Jackson, John Weakland, William Fry, e più tardi, Virginia Satir, Ivan Boszormenyi-Nagy, Paul Watzlawick e altri) a Palo Alto, negli Stati Uniti. Questo gruppo di lavoro introdusse nella psicoterapia idee tratte dalla cibernetica e dalla teoria dei sistemi generali, concentrandosi in particolare sul ruolo della comunicazione.
Quale è il punto in comune fra le diverse scuole di terapia familiare?
Le diverse scuole di terapia familiare hanno in comune la convinzione che, indipendentemente dall’origine del problema, indipendentemente dal fatto che i pazienti lo considerino un problema “individuale” o “familiare”, il coinvolgimento della famiglia nella terapia rappresenti la migliore soluzione nella direzione del cambiamento e della salute. Il terapeuta familiare deve dunque saper influenzare positivamente le interazioni fra i membri della famiglia, in modo da far emergere i comportamenti più sani.
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In che cosa si differenzia la terapia familiare dalle teorie psicoanalitiche e comportamentiste?
Questa prospettiva considera limitate sia le teorie psicoanalitiche (la personalità che si delinea in base al superamento dei traumi infantili) che quelle comportamentiste (la personalità che si forgia sulla base dei condizionamenti prodotti dall’ambiente) perché esse, pur se molto diverse fra loro, hanno in comune il fatto che considerano ogni evento come consequenziale all’altro, in modo lineare (es. il fenomeno A causa il fenomeno B).
La scuola sistemica prevede invece, per uno stesso effetto, tante cause in relazione fra loro, secondo un sistema di causalità circolare per cui la causa e l’effetto non hanno più una linearità ma l’effetto si ritorce sulla causa e da effetto diventa causa (es. il fenomeno A e il fenomeno B costituiscono un insieme organizzato, all’interno del quale sia l’uno sia l’altro sono, di volta in volta e reciprocamente, causa di qualche effetto).
Come si svolgono le sedute di psicoterapia familiare?
La terapia consiste nella convocazione della famiglia al completo, con l’obiettivo di mettere in luce tutti i conflitti più evidenti fra i membri, per correggere gli atteggiamenti anomali di ciascun componente, migliorando la formula di convivenza e liberando così il ‘malato’ (cioè il familiare che è stato in qualche modo designato ad esprimere i disagi vissuti da tutto il gruppo-famiglia) dalle tensioni legate alla sua condizione di ‘capro espiatorio’. Gli obiettivi terapeutici vengono raggiunti attraverso l’utilizzo di compiti da attuare sia nelle sedute terapeutiche sia a casa e si articolano intorno alle problematiche dei ruoli, delle gerarchie, delle alleanze, e della qualità della comunicazione.
Obiettivo considerato fondamentale è quello di migliorare la comunicazione all’interno del gruppo-famiglia, cioè le modalità con le quali soggetti si scambiano messaggi verbali e non verbali, influenzandosi reciprocamente, al fine di rendere stabili i cambiamenti ottenuti.
Quali sono le principali tecniche terapeutiche di questo approccio?
Nella terapia familiare vengono utilizzate diverse tecniche per favorire il cambiamento. Alcune delle più diffuse sono:
1. Ristrutturazione delle relazioni: Questa tecnica, associata al modello strutturale di Minuchin, mira a modificare le relazioni tra i membri della famiglia per creare nuovi pattern di interazione. Il terapeuta può intervenire per chiarire i confini e ridefinire le regole implicite che governano le relazioni familiari.
2. Genogramma: Il genogramma è uno strumento che permette di tracciare la storia familiare su più generazioni. Spesso utilizzato nella terapia di Bowen, aiuta a identificare modelli ricorrenti di comportamento, come disturbi emotivi, conflitti o alleanze.
3. Interventi narrativi: Questa tecnica si concentra sul modo in cui le famiglie costruiscono le proprie storie e come queste influenzino i comportamenti e le percezioni di sé. Riformulare le narrazioni familiari permette di creare nuovi significati e soluzioni ai problemi.
4. Tecnica della scultura: Questa è una tecnica esperienziale in cui i membri della famiglia vengono fisicamente posizionati dal terapeuta per rappresentare le loro dinamiche interne. La “scultura” delle relazioni aiuta a visualizzare e comprendere la struttura del sistema familiare e i conflitti sottostanti.
Quali sono le applicazioni cliniche della terapia familiare?
La terapia familiare si è dimostrata efficace in diversi contesti clinici:
– Disturbi alimentari: La ricerca ha dimostrato che la terapia familiare è efficace nel trattamento di adolescenti con anoressia e bulimia. Questo approccio coinvolge la famiglia nel processo di recupero, spostando la responsabilità del controllo alimentare dai pazienti ai loro genitori in una fase iniziale, per poi restituirla gradualmente all’adolescente man mano che si rafforza.
– Dipendenze: La terapia familiare si è rivelata utile nel trattamento delle dipendenze, in quanto molti pattern di dipendenza sono fortemente influenzati dalle dinamiche familiari. Il sostegno della famiglia può facilitare l’astinenza e migliorare le relazioni interpersonali.
– Disturbi dell’umore: Le famiglie che affrontano depressione o disturbo bipolare spesso sperimentano livelli elevati di stress e conflitto. La terapia familiare può aiutare a migliorare la comunicazione e il supporto reciproco, riducendo così il rischio di ricadute e favorendo una gestione più efficace della malattia.
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Vi sono ricerche scientifiche a supporto della terapia familiare?
Si, sono numerose. Uno studio condotto da Carr (2009) ha esaminato 18 revisioni sistematiche e 25 meta-analisi sull’efficacia della terapia familiare, riportando risultati positivi per molti disturbi, tra cui la depressione, i disturbi d’ansia e i disturbi alimentari.
Quali sono i limiti?
Uno dei principali ostacoli è rappresentato dalla resistenza al cambiamento da parte di alcuni membri della famiglia, che possono temere la perdita del proprio status all’interno del sistema familiare. Inoltre, è possibile che alcuni membri non partecipino attivamente alla terapia, rendendo difficile la realizzazione di cambiamenti significativi.
Dr. Walter La Gatta
Immagine:
Foto di Harrison Haines

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